Piani finanziari For You: storica sentenza del Tribunale di Palermo

Il Tribunale di Palermo è tornato a pronunciarsi sul piano finanziario For You, ribadendo la necessità che l'intermediario ponga l'investitore in condizione di comprendere, con esattezza, i termini dell'investimento che si accinge a compiere.

Il piano “For You”, spesso presentato dai promotori finanziari come piano di accumulo con finalità previdenziali, era, in realtà, una forma di investimento altamente aleatoria: il cliente sottoscriveva un mutuo per acquistare titoli, spesso di scarsa qualità, e, alla scadenza del periodo stabilito, avrebbe eventualmente potuto giovarsi di un ipotetico rendimento dei titoli, qualora superiore al tasso di interesse relativo al mutuo.

Nel caso di specie, il promotore aveva proposto la sottoscrizione del prodotto facendo leva sulla finalità previdenziale che lo stesso avrebbe consentito di realizzare, senza soffermarsi, invece, ad illustrare le altre caratteristiche peculiari dello strumento. Tale condotta è stata ritenuta, dal Tribunale, approssimativa, se non, addirittura, ingannevole.

Al contempo, il Giudice ha evidenziato che un contratto “fin troppo dovizioso ed articolato”, come quello con cui veniva venduto il piano finanziario “For You”, non è idoneo a realizzare la fondamentale finalità di informazione e trasparenza, laddove non accompagnato da un'adeguata e qualificata assistenza tecnica da parte del promotore: in altri termini, il divario informativo tra l'intermediario ed il risparmiatore non può essere colmato dal solo testo contrattuale – specie se caratterizzato da elevato tecnicismo – pur se contenente tutte le informazioni relative allo strumento. Al contrario, proprio la omnicomprensività del contratto, in presenza di elementi di complessità, non è idonea a realizzare correttamente la finalità informativa, poiché preclude al risparmiatore di cogliere gli elementi essenziali dell'operazione.

Facendo applicazione di questi principi, il Tribunale ha condannato la banca a risarcire il danno subito dal risparmiatore, pari alla somma dei versamenti effettuati, maggiorati di interessi legali e rivalutazione monetaria.

CARTA REVOLVING CONCESSA IN ASSENZA DI CONTRATTO SCRITTO: LA FINANZIARIA NON HA TITOLO PER ESIGERE GLI INTERESSI ULTRA LEGALI

Il Collegio di Coordinamento dell'Arbitro Bancario Finanziario ha affrontato la questione dei contratti di credito rotativo, meglio conosciuto come credito “revolving”: trattasi di finanziamenti erogati attraverso la consegna di una carta, che il cliente può utilizzare per effettuare acquisti, o prelevamenti di denaro contante. La restituzione del denaro avviene a mezzo di rate mensili, con l'applicazione di rilevanti interessi: è bene sapere che il credito c.d. revolving rappresenta la tipologia di finanziamento più costosa, giacché i tassi di interesse applicati sono di gran lunga maggiori rispetto a quelli previsti per altre forme di credito.

Talvolta le carte revolving vengono consegnate, o addirittura spedite al cliente, in occasione della stipula di contratti di finanziamento finalizzato, quale “gesto di attenzione” della finanziaria. In tal modo, il cliente può accedere agevolmente al credito concesso, senza però averne chiare le condizioni economiche.

Con la pronuncia in esame, il Collegio di Coordinamento dell'A.B.F. ha chiarito che le carte revolving possono essere concesse solo a seguito della stipula di un apposito contratto scritto, come previsto dall'art. 117 T.U.B., e che il generico riferimento alla possibilità di concessione della carta, contenuto in un precedente contratto di finanziamento, non integra i requisiti di forma richiesti dalla legge. Nemmeno il c.d. Documento di sintesi, né gli estratti conto mensili, contenenti l'indicazione delle condizioni economiche, sono idonei a sopperire alla mancanza del contratto.

La conseguenza della carenza di forma scritta è la nullità del contratto, sicché il cliente sarà tenuto al rimborso del solo capitale, maggiorato degli interessi al tasso legale, senza alcuna capitalizzazione, così come previsto dagli artt. 1283 e 1284 C.C.



Intermediazione finanziaria: il promotore non può rendere testimonianza nei giudizi risarcitori nei confronti della banca

Nei giudizi aventi per oggetto la responsabilità della banca per inadempimento al contratto di intermediazione finanziaria, il dipendente non può assumere l'ufficio di testimone per riferire sull'assolvimento, o meno, agli obblighi informativi incombenti sulla banca medesima. E' quanto ha affermato il Tribunale di Vigevano con una recente ordinanza, in un procedimento avente ad oggetto la vendita di bond Giacomelli, mai rimborsati a seguito del crac della società che si manifestò poco dopo l'acquisto. La banca aveva chiesto di poter provare di avere adempiuto agli obblighi informativi indicando, quale testimone, il proprio dipendente che, all'epoca, aveva curato l'operazione. Tuttavia, proprio in relazione alle dichiarazioni rese, il testimone - dipendente potrebbe essere, successivamente, chiamato dalla banca in un giudizio di responsabilità: difatti, in caso di condanna al risarcimento del danno, l'istituto potrebbe decidere di chiamare in giudizio il promotore per essere tenuta indenne delle conseguenze della condanna. Per queste ragioni, trovandosi, il dipendente della banca, con le responsabilità e gli impegni propri del testimonio, di fronte alla potenziale alternativa tra il dover rendere dichiarazioni confessorie del proprio inadempimento verso il datore di lavoro, ovvero non dire la verità, si verrebbe a trovare in una "condizione di radicale inconciliabilità con la qualità di testimone".

 

L'inps notifica avvisi di addebito per contributi previdenziali anche alle imprese “inattive”

L'INPS sta inviando una serie di avvisi di addebito con cui richiede il pagamento di somme per contributi previdenziali Gestione Commercianti. Le omissioni contributive sono contestate anche a coloro i quali, pur avendo richiesto l'iscrizione presso la Camera di Commercio, hanno mantenuto l'impresa “inattiva”, e, dunque, non hanno svolto alcuna attività.

Il presupposto per l'assoggettamento all'obbligo della contribuzione è l'esercizio dell'attività, pertanto, se l'impresa non notifica, alla Camera di Commercio, di avere iniziato ad operare, compilando il c.d. Modello per inizio attività entro i termini di legge, il presupposto dell'obbligo non sussiste, e la pretesa dell'INPS non trova giustificazione.

La legge 23 dicembre 1996, n. 662, art. 1, comma 203 stabilisce che: “L'obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali di cui alla L. 22 luglio 1966, n. 613, e successive modificazioni ed integrazioni, sussiste per i soggetti che siano in possesso dei seguenti requisiti: a) siano titolari o gestori in proprio di imprese che, a prescindere dal numero dei dipendenti, siano organizzate e/o dirette prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti la famiglia, ivi compresi i parenti e gli affini entro il terzo grado, ovvero siano familiari coadiutori preposti al punto di vendita; b) abbiano la piena responsabilità dell'impresa ed assumano tutti gli oneri ed i rischi relativi alla sua gestione. Tale requisito non è richiesto per i familiari coadiutori preposti al punto di vendita nonché per i soci di società a responsabilità limitata; c) partecipino personalmente al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza; d) siano in possesso, ove previsto da leggi o regolamenti, di licenze o autorizzazioni e/o siano iscritti in albi, registri e ruoli”.

L'impresa che sia rimasta inattiva non potrà, pertanto, essere assoggettata all'obbligo contributivo, difettando il requisito dell'abitualità e prevalenza, richiesto dalla legge.

Anche l'investitore esperto ha diritto di essere informato

Eventuali precedenti investimenti in titoli ad elevato rischio non sono sufficienti a rendere il risparmiatore un “investitore qualificato”. E' quanto ribadito dalle Corti di Appello di Genova e di Palermo, con le sentenze rispettivamente n. 403 del 2013, e 572 del 2013.

Le banche sono obbligate a trasmettere ogni informazione relativa all'investimento a tutti i risparmiatori, a prescindere dal profilo di rischio espresso e dagli obiettivi di investimento, dunque, anche a coloro i quali abbiano, in precedenza, effettuato operazioni finanziarie caratterizzate da profili speculativi, o coloro i quali abbiano dichiarato di possedere una elevata propensione al rischio, giacché la ratio degli obblighi informativi è quella di garantire consapevolezza nelle decisioni di investimento ed evitare che queste vengano assunte sulla scorta di indicazioni fuorvianti. L'acquisto di altri titoli a rischio in epoca antecedente all'operazione contestata non fa venire meno l'obbligo, della banca, di fornire informazioni quali le caratteristiche dei titoli, la eventuale mancanza di rating, la solidità patrimoniale dell'ente emittente, e, di rendere edotto l'investitore circa la effettiva possibilità per la stessa di rimborsare il proprio debito alla scadenza.

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